lunedì, 18 dicembre 2017
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Come noto, i reati di cui agli artt. 2621e 2622 c.c. sono stati riformulati a norma della Legge 27 maggio 2015, n. 69, con decorrenza 14 giugno 2015, che ha introdotto, peraltro, un’ipotesi specifica per i fatti di lieve entità, all’art. 2621 bis, ed una causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto all’art. 2621 ter.

L’art. 2621 c.c. rubricato “False comunicazioni sociali” disciplina la fattispecie applicabile alle società non quotate, mentre l’art. 2622 c.c., “False comunicazioni sociali delle società quotate”, riguarda le false comunicazioni sociali in società quotate.

Autorevole dottrina[1] ha sottolineato che le due nuove formulazioni degli articoli oggetto di esame, segnano il passaggio da una differenziazione fondata sull’esistenza o meno di danni nei confronti della società, dei soci o dei creditori, ad una che si basa sul contesto societario nel quale le false comunicazioni sociali sono poste in essere.

Le nuove norme hanno eliminato, oltre all’evento di danno, anche le soglie di punibilità specificamente previste dalla previgente normativa.

Entrambe le fattispecie di false comunicazioni sociali sono sanzionate come delitto e punite con la reclusione da uno a cinque anni, nel caso di falso in società non quotate, e da tre a otto anni, nel caso di falso in società quotate.

Si tratta, per entrambe le disposizioni, di reati di pericolo perseguibili d’ufficio, come evidenziato dalla Corte di Cassazione[2].

Quanto all’elemento soggettivo delle false comunicazioni sociali, è rimasto inalterato il fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto (dolo specifico), mentre scompare il riferimento all’intenzionalità di ingannare i soci o il pubblico, sostituito da quello alla consapevolezza “consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali”. Tale scelta è evidente riflesso di una volontà del Legislatore tesa ad escludere la rilevanza del dolo eventuale.

Il nodo cruciale della nuova versione del reato di cui si tratta, e su cui si sono susseguite pronunce della V Sezione Penale del Supremo Organo della Giustizia, è però riferibile all’elemento oggettivo, ossia alla condotta tipica ed alle “scelte stilistiche” adottate.

L’art. 2621 c.c. si riferisce, infatti, all’esposizione di “fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero” ovvero ad omissioni di “fatti materiali rilevanti”, a fronte del precedente richiamo ai “fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni” ovvero all’omissione di “informazioni”; dunque i fatti materiali non rispondenti al vero sono stati qualificati come “rilevanti”, mentre si elimina la locuzione “ancorché oggetto di valutazione” e l’omissione di generiche “informazioni” è sostituita nuovamente con “fatti materiali rilevanti”. La condotta tipica viene dunque decurtata della parte attinente le cosiddette “valutazioni”.

Da porre in evidenza, inoltre, che nell’art. 2622 c.c., modificato anch’esso sulla scorta del 2621 c.c., la parola “rilevanti”, qualificante i fatti materiali, è stata inserita solo nella condotta omissiva e non in quella attiva.

L’eliminazione della locuzione “ancorché oggetto di valutazione” costituisce senz’altro la modifica più significativa effettuata, ed ha posto l’interrogativo se le falsità connesse ad enunciati valutativi o stime di carattere contabile debbano ritenersi ancora punibili alla luce delle modifiche di cui alla L. n. 69/2015.

Come anticipato, le nuove disposizioni hanno dato luogo ad importanti pronunce della Corte di Cassazione Penale, V Sezione, non sempre convergenti, che stanno connotando in maniera più definita i tratti delle false comunicazioni sociali.

La prima pronuncia in ordine cronologico (Cass. Pen, Sez. V, n. 33774 del 16 giugno 2015), all’esito di un giudizio per il reato di bancarotta fraudolenta impropria da reato societario, ha interpretato la norma nel senso che l’imprenditore può essere condannato quando espone fatti non veri, ad esclusione delle valutazioni.

L’eliminazione del puntuale riferimento alle “valutazioni” nel dettato normativo di cui agli artt. 2621 e 2622 c.c. e la sostituzione, riguardo all’ipotesi omissiva, del termine “informazioni” con la locuzione “fatti materiali”, a detta della citata Corte, determina un ridimensionamento dell’elemento oggettivo delle false comunicazioni sociali, con esclusione “dei cosiddetti falsi valutativi”. La Corte osserva, infatti “è del tutto evidente che l’adozione dello stesso riferimento ai fatti materiali non rispondenti al vero, senza alcun richiamo alle valutazioni e il dispiegamento della formula citata anche nell’ambito della descrizione della condotta omissiva consente di ritenere ridotto l’ambito di operatività delle due nuove fattispecie di false comunicazioni sociali, con esclusione dei cosiddetti falsi valutativi”

Nel giungere a tali conclusioni, il Supremo Collegio, non si è basato soltanto sul dato testuale, ma anche su un’interpretazione sistematica della norma, posta in un contesto normativo, ove all’art. 2638 c.c. (Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza) sussiste ancora un espresso riferimento alle valutazioni proprio in relazione ai “fatti materiali non rispondenti al vero” e dunque non sarebbe coerente dare un significato equivalente alla locuzione contenuta all’art. 2621 c.c., che invece dopo la riforma è sprovvisto di un inciso attinente alle valutazioni.

Tale orientamento è stato recentemente ripreso e sviluppato dalla Corte di Cassazione, nella sentenza n. 6916 del 2016, V Sezione, che sarà affrontata nel prosieguo della trattazione.

La Corte di Cassazione Penale, V Sezione, risulta di differente avviso nella pronuncia n. 37570 dell’8 luglio 2015. Lo specifico caso riguardava il reato di cui all'art. 2622 c.c. commesso dall’amministratore di una s.r.l., il quale, nel bilancio infrannuale riepilogativo della situazione aziendale, aveva omesso l’indicazione dei ricavi maturati dalla società nel corso dell’esercizio.

Nel caso oggetto di sentenza, all’imputato è stata contestata la fattispecie di false comunicazioni sociali “dannose” di cui al previgente testo dell’art. 2622 c.c. La Corte, pertanto, ha sottolineato come le modifiche apportate alla disposizione dalla L. n. 69/2015 abbiano innanzitutto ampliato l’ambito di operatività dell’incriminazione delle false comunicazioni sociali, avendo comportato, l’eliminazione dell’evento e delle soglie previste dal precedente testo dell’art. 2622 c.c., mantenendo invece nella sostanza identico il profilo della condotta tipica. L’ambito di modifica più controverso, relativo all’eliminazione del riferimento alle valutazioni e alla sostituzione, con riguardo all’ipotesi omissiva, del termine “informazioni” con la locuzione “fatti materiali”; tuttavia, non viene in rilevo nel caso di specie, essendo contestata all’imputato la mancata esposizione nel bilancio di poste attive effettivamente esistenti nel patrimonio della società, che secondo la Corte costituiscono un fatto riconducibile allo schema della nuova incriminazione anche qualora dovesse propendersi per una interpretazione restrittiva con riferimento alle valutazioni.

E’ evidente che la Corte, ritenendo ampliata l’incriminazione rispetto al passato ed affermando essere rimasto immutato il profilo della condotta oggettiva, considera le stime valutative comprese nell’alveo della norma e dunque punibili.

L’orientamento della stessa Corte, nella pronuncia n. 890 del 12 novembre 2015, depositata il 12 gennaio 2016, conferma la linea seguita nella precedente pronuncia di luglio, ponendosi in aperto contrasto con le conclusioni fatte proprie in giugno dalla medesima V Sezione della Corte Penale.

Il caso aveva ad oggetto l’omessa svalutazione di crediti in sofferenza pari al 62% del totale dei crediti maturati nel bilancio di una S.r.l.

La Corte, in sentenza, statuisce che “nell’art. 2621 c.c. il riferimento ai “fatti materiali” quali possibili oggetti di una falsa rappresentazione della realtà non vale a escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, che sono anch’essi predicabili di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati o esibiti in una comunicazione sociale. Infatti, quando intervengono in contesti che implicano l’accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati o, comunque, tecnicamente indiscussi, gli enunciati valutativi sono idonei ad assolvere una funzione informativa e possono dirsi veri o falsi”.

A tale riflessione la Corte giunge dopo un preliminare esame della previgente locuzione, “ancorché oggetto di valutazioni” che ritiene svolgesse una “funzione prettamente esegetica e, di certo, non additiva”, ossia che niente aggiungesse alla sostanza della disposizione.

La Corte si è poi focalizzata sull’analisi del testo dell’art. 2621 c.c. sotto il profilo della interpretazione logico-sistematica dei termini “fatti”, “materiali” e “rilevanti”, cui deve attribuirsi un significato “tecnico” e non quello “comune” di cui al dizionario italiano.

In tale accezione il “fatto” risulta quale “dato informativo della realtà che i bilanci e le altre comunicazioni, obbligatorie per legge, sono destinati a proiettare all’esterno”, mentre l’aggettivo “materiale” va inteso come sinonimo di “essenziale”, in quanto “nella redazione del bilancio devono trovare ingresso solo dati informativi essenziali ai fini dell’informazione, restandone al di fuori tutti i profili marginali e secondari”. Il significato da attribuire a tale termine risulta connesso “al concetto tecnico di materialità (o materiality) che gli economisti anglo-americani hanno adottato come criterio fondamentale di redazione dei bilanci di esercizi ed anche delle revisioni”. Quanto all’aggettivo “rilevante”, la Corte ne statuisce la derivazione dal lessico della normativa comunitaria, ricollegandosi al concetto di rilevanza sancito dall’art. 2, punto 16, della Direttiva 2013/34/UE, in base alla quale è rilevante lo stato dell’informazione “quando la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori sul bilancio d’impresa”. Ciò premesso, la Corte, specifica che il concetto di rilevanza “deve essere apprezzato in rapporto alla funzione precipua dell’informazione, cui sono preordinati i bilanci e le altre comunicazioni sociali dirette ai soci ed al pubblico, nel senso che informazione non deve essere fuorviante, tale cioè da influenzare in modo distorto, le decisioni degli utilizzatori”.

Il Supremo Organo di Giustizia, sulla base di queste considerazioni, conclude che nella locuzione “fatti materiali rilevanti” possono senz’altro rientrare le valutazioni, poiché “il bilancio – principale strumento di informazione – si compone, per la stragrande maggioranza, di enunciati estimativi o valutativi, frutto di operazione concettuale consistente nell’assegnazione a determinate componenti (positive o negative) di un valore espresso in grandezza numerica”.

La Corte affronta, in seguito, il problema relativo alla possibilità che le valutazioni siano vere o false, richiamando a supporto della propria tesi i contributi di dottrina e giurisprudenza sul falso ideologico di cui ha rilevato l’affinità concettuale con le false valutazioni in bilancio e sostenendo l’orientamento secondo il quale le valutazioni che si fondano su parametri normativamente determinati o tecnicamente indiscussi possono non solo configurarsi come errate, ma rientrare altresì nella categoria della falsità: “può dirsi falso l’enunciato valutativo che contraddica criteri di valutazione indiscussi o indiscutibili e sia fondato su premesse contenenti false attestazioni”. Le valutazioni espresse in bilancio, ne sono un esempio, in quanto non sono frutto di giudizi di valore discrezionali, ma risultano ancorate a criteri valutativi positivamente determinati dalla disciplina civilistica (tra cui il nuovo art. 2426 c.c.), dalle direttive e regolamenti comunitari (Direttiva 2013/34/UE e standards internazionali Ias/Ifrs). La Corte, perciò, afferma che “Il mancato rispetto di tali parametri comporta la falsità della rappresentazione valutativa, ancor’oggi punibile ai sensi del nuovo articolo 2621 del Codice civile, nonostante la soppressione dell’inutile inciso “ancorchè oggetto di valutazioni.””

La nuova formulazione della norma sulle false comunicazioni sociali, quindi, a detta della citata pronuncia, include tuttora il falso valutativo; con precisazione che le valutazioni stesse possono essere false, quando trovino fondamento su parametri oggettivi ed indiscussi.

Tali premesse facevano presagire che la Corte di Cassazione Penale, Sezione V, dopo la pronuncia di novembre, avesse imboccato la via della punibilità delle valutazioni, ma con la sentenza n. 6916 dell’8 gennaio 2016, depositata il 22 Febbraio 2016, l’orientamento è tornato ad essere quello espresso a giugno di irrilevanza penale delle valutazioni nelle false comunicazioni sociali.

Il caso di specie riguardava un sequestro preventivo a carico di un istituto di credito per avere, in tre bilanci consecutivi, inserito “valori oggettivamente e palesemente non corrispondenti al dato contabile sottostante oggetto di rappresentazione”.

In tale pronuncia la Corte parte dall’analisi del dato testuale constatando che la precedente formulazione della norma individuava la condotta attiva “nell’esposizione di fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni” e la condotta omissiva nella “mancata indicazione di informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge”, mentre per effetto della riforma le condotte rilevanti diventano le seguenti: attiva “fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero”; omissiva “fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge”.

La Corte evidenzia perciò che il testo letterale è connotato da una differenza significativa, l’eliminazione della locuzione relativa alle valutazioni e del termine informazioni, alla quale già in sede di lavori parlamentari è stata data lettura quale privazione delle falsità ricadenti su valutazioni estimative, a fronte di una dottrina che sosteneva invece l’insostenibilità di un effetto parzialmente abrogativo della norma di tale portata, in seguito all’eliminazione di una parte di testo ritenuta apertamente pressoché superflua.

Il Collegio ritiene di dover condividere le conclusioni già fatte proprie nella succitata sentenza n. 33774 di giugno 2015 ove affermava “che il dato testuale e il confronto con la previgente formulazione degli artt. 2621 e 2622 c.c., come si è visto in una disarmonia con il diritto penale tributario e con l’art 2638 c.c., sono elementi indicativi di una volontà legislativa di far venire meno la punibilità dei falsi valutativi”. A riprova di tale interpretazione, la Corte, sottolinea che il legislatore del 2015 ha ripreso la formula “fatti materiali” utilizzata nella riforma del 2002, diversa da “fatti” utilizzata nell’originaria formula dell’art 2621 c.c., al fine di circoscrivere la condotta attiva privandola delle valutazioni e utilizzando la stessa formula anche per la condotta omissiva.

La Corte afferma che l’interpretazione “restrittiva” della norma è ancorata non solo al dato testuale, ma anche ad un inquadramento sistematico; in quanto le norme riformate si inseriscono in un contesto normativo in cui nell’art. 2638 c.c. (Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza) sussiste ancora un espresso riferimento alle valutazioni proprio in relazione ai “fatti materiali non rispondenti al vero”

La Corte, ritiene, quindi che l’effettiva incidenza della riforma sulla punibilità del falso valutativo non possa prescindere dal dato certo dell’eliminazione delle valutazioni e peraltro aggiunge che non è più sostenibile la tesi della superfluità del riferimento suddetto nella previgente normativa; ciò in quanto già nei primi commenti alla riforma del 2002 era stato evidenziato come la previsione di materialità avrebbe escluso le valutazioni dall’ambito normativo se il successivo accenno alle valutazioni non le avesse ricondotte nella condotta oggettiva.

I rilievi sin qui svolti conducono alle seguenti conclusioni:

  • l’orientamento della Cassazione favorevole all’inclusione delle stime valutative all’interno delle false comunicazioni sociali; permetterebbe di preservare la rilevanza penale delle stesse, considerato che il bilancio è composto in larga parte da enunciati estimativi e valutativi. Peraltro, interpretando la norma nel senso dell’esclusione del falso valutativo si attribuirebbe alla riforma un’ampia portata abrogativa della fattispecie in esame, forse non giustificabile con l’eliminazione di una locuzione verbale;
  • d’altro canto un’interpretazione tesa ad escludere il falso valutativo dalla fattispecie sembrerebbe più coerente con il dato testuale della riforma anche alla luce di un’interpretazione sistematica ed ampliare la portata della nuova fattispecie potrebbe porsi in contrasto con il principio del favor rei e prima ancora con il principio di legalità. Tuttavia, un’interpretazione restrittiva della disposizione darebbe luogo ad una significativa lacuna normativa in relazione alla quale sarebbe auspicabile un tempestivo intervento del Legislatore finalizzato a colmarla.

Per avere definitiva chiarezza sulla questione si attende, a questo punto, una pronuncia della Cassazione a Sezioni Unite.



[1] Maurizio Meoli, Falso in bilancio ancora punibile, in Eutekneinfo, 17 settembre 2015

[2] Cass. Penale, V Sezione, n. 37750, 8 Luglio 2015

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