lunedì, 18 dicembre 2017
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“Nel caso di commissione del delitto di lesioni aggravate dalla violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro, le sanzioni interdittive di cui al D. Lgs. n. 231/2001 devono essere applicate obbligatoriamente” (Cass. pen., sez. IV, 25 giugno 2013, n. 42503, in Diritto & Giustizia 2013, 17 ottobre)


È questo l’assunto di una di una delle più recenti pronunce della Suprema Corte in tema di sanzioni interdittive che, come ampiamente prevedibile, ha messo in allerta gli operatori del settore.

In effetti, se la citata massima rappresenta realmente il nuovo orientamento della Corte di Cassazione c’è davvero di che preoccuparsi.

Le sanzioni interdittive, infatti, rappresentano certamente la più grave delle misure punitive previste a carico delle imprese dal D. Lgs. 231/2001, comportando -più o meno direttamente- conseguenze potenzialmente letali per l’attività imprenditoriale.

Con la pronuncia citata, la Suprema Corte rigettava un ricorso avverso la sentenza emessa ai sensi dell’art. 444 c.p.p. dal Tribunale di Ancona, sezione distaccata di Senigallia, nei limiti in cui la stessa, in osservanza delle disposizioni sulla responsabilità degli Enti, applicava erroneamente alla Società al cui interno si era verificato un infortunio sul lavoro, la sanzione pecuniaria di 10.000 euro, nonché le misure interdittive di cui all’art. 9, comma 2, del D. Lgs. 231 del 2001 per la durata di mesi due, pur essendo intervenuta la riparazione alle conseguenze del reato ai sensi dall’art. 17 del D. Lgs. 231/2001.

Nulla da dire sul rigetto del ricorso, pienamente giustificato dal fatto che l’avvenuta riparazione fosse giunta tardivamente rispetto all’emanazione della sentenza di primo grado e dal fatto che l’applicazione delle misure interdittive fosse stata espressamente contemplata nella richiesta di patteggiamento.

Forti dubbi e perplessità, al contrario, sorgono in merito alle motivazioni addotte dal Sommo Collegio a fondamento della sentenza, in particolare laddove, dopo aver citato letteralmente il terzo comma dell’articolo 25-septies, si decreta che “da tale disposizione si evince che in caso di commissione del delitto di lesioni aggravate dalla violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro, le sanzioni interdittive devono essere applicate obbligatoriamente”.

Posto che la formulazione della norma citata è in tutto e per tutto identica alla formulazione di ogni altro articolo del Decreto che preveda che nel caso di commissione degli illeciti presupposto trattati “si applicano le sanzioni interdittive di cui all’articolo 9, comma 2”, non si comprende come in questo caso la lettura abbia spinto l’interprete a fornire una tanto drastica interpretazione che non tiene in alcuna considerazione quanto disposto dall’art. 13 dello stesso atto normativo che, seppure non richiamato nel ricorso posto all’attenzione del Sommo Collegio, detta una specifica disciplina sull’applicabilità delle sanzioni interdittive.

È il citato art. 13 a disciplinare le modalità applicative delle misure interdittive, circoscrivendone l’erogazione ai casi in cui “ricorre almeno una delle seguenti condizioni: a) l'ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità e il reato è stato commesso da soggetti in posizione apicale ovvero da soggetti sottoposti all'altrui direzione quando, in questo caso, la commissione del reato è stata determinata o agevolata da gravi carenze organizzative; b) in caso di reiterazione degli illeciti”. D’altro canto, l’impiego della identica espressione all’interno di tutti gli articoli della Sezione Terza del D. Lgs. 231/2001, senza eccezione alcuna, non può che portare a ritenere che le misure interdittive effettivamente “si applichino” in conseguenza della commissione dei reati-presupposto cui sono associate, ma pur sempre nel rispetto dei principi generali che ne regolano le modalità operative.

Affermare l’obbligatorietà della pena interdittiva comporterebbe la sistematica disapplicazione dell’art. 13 e ciò sarebbe certamente in contrasto con una doverosa interpretazione sistematica della norma giuridica, che tenga conto dell’intero sistema normativo al cui interno è incardinata, oltre che con le pronunce giurisprudenziali fino ad oggi succedutesi.

Non resta dunque che augurarsi che l’assunto esaminato non sia altro che il prodotto di una frettolosa stesura della sentenza e che non nasconda, al contrario, una deliberata inosservanza dell’intenzione del legislatore.

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